Articoli con tag noise rock

C01 – Hot Water Noise

Inauguriamo la sezione delle compilations con questa Hot Water Noise (Rumore per Organi Caldi), composta di musica cattiva e violenta, veloce ma anche no, tribale quando necessario, potente sempre e comunque!

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Oneida – Rated O

Autore Titolo Anno Etichetta Genere Provenienza
Oneida Rated O 2009 Jagjaguwar Noise Rock / Experimental Rock New York City, USA

A più di 10 anni dalla loro nascita, gli Oneida, da Brooklyn, pubblicano Rated O, un triplo album spettacolare e incredibilmente intenso e riassuntivo di tutte le influenze e passioni della musica del gruppo, dal krautrock ai riff talmente ripetitivi che spazientirebbero un santo.
Il primo disco è il più crossover di tutti, nel senso che mescola sapientemente decine, centinaia di generi (noise, elettronica, dub e dancehall, ecc.), e mette in risalto l’anima sperimentale del gruppo.
Il secondo è più noise (impossibile non pensare ai Liars, con cui peraltro gli Oneida hanno condiviso uno splendido split, Atheists, Reconsider), e avvicina l’ascoltatore al tipico sound dei loro live, con poca produzione e tanto rock duro e puro.
Il terzo è l’anima jam degli Oneida, psichedelica e atmosferica come non mai, volendo trascurabile ma non si può non concedere una parte di cazzeggio dopo un lavoro di questo calibro.
Tre dischi che con scioltezza avrebbero potuto pubblicare separatamente e nessuno avrebbe avuto qualcosa da ridire, ma la sempre crescente ambizione degli Oneida non accetta compromessi.

8.5 / 10

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Radio Takadanobaba #2 – Sempre Diffidare dalle Persone con gli Occhiali

 
# Autore Titolo
1 Pink Floyd Atom Heart Mother
2 Uriah Heep Salisbury
3 Sonic Youth The Diamond Sea
4 Klaus Schulze Satz: Ebene
5 Kraftwerk Autobahn
6 Faust Miss Fortune
7 The Velvet Underground Sister Ray

Questa la dedico a Marco Caizzi e alla sua straordinaria Radio Dio e a Filippotto, per allietargli 2 ore e mezza della sua prima domenica natalizia al Virtual Planet!

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Radio Takadanobaba #1 – Le Mutandine di Kim Gordon

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Cat Claws @ Locanda Atlantide, Roma (05-11-2009)

I Cat Claws al completo!

I Cat Claws al completo!

Tornano dopo quasi un anno sulle scene romane gli amatissimi (da me, ma pure da altra gente!) Cat Claws, gruppo indie-noise-rock di grande spessore e con delle muse ispiratrici del calibro di Sonic Youth, Pixies, Stooges, Liars, Velvet Underground, eccetera eccetera.

Marco

Marco

Insomma, tornano (e torneranno il 20 novembre al Sinister Noise, sempre a Roma) e propongono una scaletta mista di pezzi vecchi e nuovi, alternando pezzi dell’assodato set del piccolo capolavoro d’esordio Magic Powers, con cose nuove, alcune già presentate sia live che sul MySpace, altre – almeno io – non le avevo mai sentite.

Valentina e Lavinia

Valentina e Lavinia

Salgono sul palco, i Cat Claws, con la loro consueta energia rumorosa, stavolta con il volume più alto del solito – ma con disappunto del chitarrista, non frastornante. La vivacità delle canzoni, che fonde gli uragani chitarristici dei Sonic Youth con il punk cazzeggione pop dei Pixies e tanto altro, è percepibile sin dal pezzo introduttivo, She Knows Every Single Part of the City; ma viene spezzata immediatamente da uno dei pezzi nuovi e più tranquilli, Silly Fool; e poi di nuovo si ritorna al casino con il loro classico, Joseph.

Lavinia e Guido

Lavinia e Guido

Il concerto prosegue allegrone con una sequela dei loro pezzi migliori e ottime novità (un pezzo che pare uscito dai Sonic Youth fine ‘80!!) e quando arriva il momento di Magic Powers – consueta chiusura dei loro live, per quel che ricordavo io, oltre che la mia loro canzone preferita! – quello che si poteva dare s’era dato e la sorpresa è stata grande quando la cantante ha annunciato un altro pezzo (di cui non si ricordava il titolo…), l’ultimo.
Ed è qui che i nuovi Cat Claws, dopo un anno di assenza, mostrano davvero i muscoli.
Velvet Underground (titolo provvisorio) parte lenta, lentissima, leggermente country, con i coretti di cantante, chitarrista e bassista, è piacevole, sembra un addio: il classico finale di concerto lento e intimo che taglia la distanza tra gruppo e pubblico.
Ma poi il basso pompante rivela che tutto sta per cambiare e la canzone si trasforma in una cavalcata rumoristica alla – appunto – Velvet Underground di Sister Ray: tutta uguale, irritante, frastornante, rumorosa e però… stupenda.

Lavinia urla!

Lavinia urla!

Ora i Cat Claws devono tornare in studio e registrare il loro secondo album, e come Magic Powers fu chiuso dalla drone-noise Fish Eye, stavolta sarebbe splendido che chiudessero con Velvet Underground (titolo provvisorio)!
Io rimango in attesa, sperando che anche stavolta mi arriverà un cd masterizzato, senza neanche il titolo scritto a pennarello, molti mesi prima della pubblicazione…

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Dinosaur Jr. – Farm

I’ve been away, I’ve been away
I’d like to stay, but can’t get it straight
I saw you runnin’ sideways so I hope it’s not too late

Friends

Autore Titolo Anno Etichetta Genere Provenienza
Dinosaur Jr. Farm
2009 Jagjaguwar Indie Rock / Noise Rock Amherst, Massachusetts, USA

FarmA due anni dal loro ritorno, i dinosauri Mascis, Barlow e Murph pubblicano un nuovo album proponendo di nuovo il loro classico noise ruvido e malinconico.
Se Beyond, nel 2007, decretava il fatto che un gruppo scioltosi dieci anni prima è ancora in grado di tirare fuori, dal nulla, un capolavoro, Farm decreta che se il gruppo si chiama Dinosaur Jr., è possibile ripetere l’impresa.

In Farm ritornano alla grande i collaudati temi dei Dinosaur Jr.: il tono triste della voce di J Mascis, ma soprattutto della sua chitarra, suonata come se non ci fosse un domani e un altro brano da suonare, come se quel modo di suonarla fosse l’unico possibile, come se con la chitarra in mano, per quel nerd occhialuto, fosse possibile fare qualsiasi cosa, compiere qualsiasi impresa; le composizioni lo-fi di Barlow, come al solito in secondo piano, ma sempre di grandissima qualità e intensità.

Ma Farm, nel confronto con l’album precedente, perde in originalità.
Beyond è un lavoro nuovo, con sonorità tipiche dei Dinosaur Jr., ma evolute, cresciute; Farm è un more of the same. Una dimostrazione di grande classe e capacità musicale, ma sempre e comunque una ripetizione.

8 / 10

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Liars – Drum’s Not Dead

Autore Titolo Anno Etichetta Genere Provenienza
Liars Drum’s Not Dead
2006 Mute Experimental Rock / Noise Rock New York City, USA

Drum's Not DeadIl miglior disco dei Liars (finora?). Sicuramente quello più strano, allucinante, tribale e rumoroso. E in ogni caso indescrivibile.
L’ultima traccia, The Other Side of Mt. Heart Attack, è quella che credo sia l’unica canzone d’amore dei Liars (dedicata da Angus Andrew a Karen O degli Yeah Yeah Yeahs) e, manco a dirlo, è stupenda.

10 / 10

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Shellac – Excellent Italian Greyhound

Autore Titolo Anno Etichetta Genere Provenienza
Shellac Excellent Italian Greyhound 2006 Touch & Go Math Rock / Noise Rock Chicago, USA

Excellent Italian GreyhoundGli Shellac (band capitanata dal grande Steve Albini) sono qui a ricordare che il rock è sporco e cattivo. La batteria va picchiata e la chitarra va violentata, il cantante deve urlare incazzato. E il risultato è un disco spettacolare e trascinante. Hard fino al midollo.
The End of the Radio lo dimostra fino in fondo: si tratta dell’ultima trasmissione radio mandata in onda dall’ultimo uomo sulla terra. Non ci sono dediche, non ci sono sponsor. Non ci sono ascoltatori. Là fuori c’è solo il vuoto.
E una volta che questa trasmissione sarà finita, e verrà staccata anche l’ultima presa elettrica, il vuoto sarà anche dentro, totale.

8 / 10

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Sonic Youth – Daydream Nation

It’s an anthem in the vacuum on a hyperstation
Daydreaming days in a daydream nation

Trilogy: b) Hyperstation

Autore Titolo Anno Etichetta Genere Provenienza
Sonic Youth Daydream Nation 1988 Blast First! / Enigma Noise Rock New York City, USA

Daydream Nation

Quale modo migliore per inaugurare la sezione Recensioni di questo sito se non quello di parlare di Daydream Nation?
L’ultimo album indipendente dei Sonic Youth (per 20 anni) e il più importante degli anni ‘80, almeno stando a guardare la miriade di classifiche che lo pongono al vertice del decennio.

I Sonic Youth nascono nel 1981 a Manhattan, influenzati dalla scena no wave di No New York, dalle composizioni avanguardistiche di Glenn Branca (del cui ensemble facevano parte Thurston Moore e Lee Ranaldo, i due chitarristi dei Sonic Youth), dalla psichedelica dei Velvet Underground e dal punk di gruppi come gli Stooges.
Traendo ispirazione da sonorità così varie, fu inevitabile un periodo di assestamento in cerca del sound giusto, quel noise che sarebbe diventato poi il marchio di fabbrica del gruppo.
Iniziando post-punk e no wave e pian piano rifinendosi sempre di più, i Sonic Youth nel 1987 tirarono fuori Sister, forse l’album della consacrazione del loro sound.
Ma sarà solo nell’anno successivo che avrebbero portato a termine il loro percorso musicale creando un disco che sarebbe rimasto nella storia.

Daydream Nation è il manifesto del noise rock, ed ancor di più, è il manifesto della musica dei Sonic Youth.
Se fino ad allora in studio non erano stati in grado di riprodurre fedelmente la tracimazione delle loro chitarre fuori dai canoni della forma canzone, in Daydream Nation la forma del live, le improvvisazioni e le sonorità perverse, trascinate e trascinanti, tutto è riportato al meglio su disco.
La melodicità di Thurston Moore, il punk di Kim Gordon e la follia di Lee Ranaldo, trovano un perfetto equilibrio nella divisione dell’album e le rispettive tracce si legano fra loro come se fossero, appunto, la scaletta di un live studiato al dettaglio.
La struttura sinusoidale del disco, che alterna fasi di pura energia a lunghe (ma mai faticose) derive noise, lo rende mozzafiato nel vero senso del termine: ci si trova, infatti, a trattenere il respiro nei pezzi più tesi, veloci e incazzati, e a non riuscire a rilasciarlo nei pezzi più tranquilli e sperimentali, terrorizzati delle sonorità inquiete che potrebbero riesplodere da un momento all’altro.

Daydream Nation è un uragano di chitarre, un inno politico, un disco punk. E tutto insieme diventa il capolavoro noise per eccellenza: un’opera che tutti gli amanti dell’indie amano perché amare quest’opera è ciò che definisce l’essere amanti dell’indie.

Ricordo la prima volta che l’ho sentito: stavo lavorando al pc e l’ho messo in sottofondo. Dopo 20 minuti mi sono reso conto che praticamente non stavo respirando né tantomeno lavorando. Tutta la mia mente e il mio corpo erano rivolti a questo disco, nel tentativo di assimilarlo, di fagocitarlo, di farlo mio per sempre.
Sensazioni di questo tipo mi sono venute solo per pochissimi altri album ed è ogni volta un’emozione straordinaria.
Uscite e compratelo, qualunque sia il vostro genere musicale preferito.

10 / 10

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